Un Copec

I fatti contenuti in questi scritti sono liberamente ispirati al gruppo de I Liberatori operante nelle lande di Ethernia durante l’Era dell’Apocalisse, pervengano le più sentite scuse da parte della scrittrice omonima per i cambiamenti apportati a fatti, cose e persone citate in causa di una libera ispirazione.

copec

Quella mattina si svegliò come tutte le altre mattine, nel suo letto di assi robuste e coperte ruvide. Con pochi mugolii si girò dall’altra parte per continuare il suo sonno. Ma quella mattina non era una mattina come tutte le altre, quella mattina dalla finestra della sua piccola camera filtravano i raggi del sole.

La porta si aprì e la mamma lo svegliò delicatamente prendendolo tra le braccia, il padre lo coprì con una coperta e insieme uscirono di casa.

Con gli occhi cisposi e accecati dalla luce sbirciò da sopra la spalla della madre. Sembrava che tutte le famiglie quel giorno facessero una gita mattutina, ma non avevano ceste con frutta o cibo, alcuni erano anche in abiti casalinghi coperti con pastrani per tener lontano il freddo. Si addormentò …

Quando riaprii gli occhi lo spettacolo più straordinario che avrebbe mai visto in vita sua era proprio il davanti a lui.

La terra tremò come non mai e un grosso antro che usciva direttamente dal terreno gli si spalancò davanti agli occhi. Polvere e terra ricoprirono l’aria come una nube, si coprì gli occhi lacrimanti, mente sentiva la presa di sua madre farsi più stretta, urla di paura si levarono dalla folla e solo in quel momento si rese conto che tutto il piccolo villaggio era attorno a loro. Nella nube una gigantesca sagoma scura, che oscurò per un attimo il sole, si librò nel cielo. E poi il silenzio …

Un uomo vestito di bianco, la faccia provata e rigata dal sudore, le guance incavate gli davano un aspetto spettrale, lo sguardo fisso sulla folla che lo fissava. Al suo fianco comparve un uomo il suo corpo era protetto da un’armatura, sporca a tal punto da non capirne il dorato colore, venne fuori dalla nube di polvere fianco a fianco a un biondo guerriero con in pugno una spada consunta.

I volti degli stranieri erano provati e sporchi, il loro respiro era affannoso come dopo una lunga corsa.

Una grande statua di roccia e legno si portò fuori dalla polvere fermandosi pesantemente da un attimo all’altro. Dietro di esso una figura esile ammantata di rosso arrancava cercando respiro fuori della polvere.

I suoi piccoli occhi saettavano da una figura all’altra con un misto di curiosità e paura, proprio quando si accorse di non aver notato ai piedi dei grandi uomini una bambina sporca e con i vestiti logori che seguiva passo passo attaccata alla gonnella, una fanciulla che seppur sporca rivelava una rara bellezza.

L’ombra scura che era alle loro spalle ora brillava di argento e lui e tutto il resto del villaggio non respirarono per molti secondi alla vista di cotanto drago.

Leggero e veloce si allontanò dagli occhi indiscreti del villaggio.

Gli avventurieri rimasero in silenzio scrutando i cittadini come se fosse l’ultima cosa che si sarebbero aspettati di vedere, dopo qualche attimo borbottarono qualcosa tra di loro e sotto gli occhi attoniti del villaggio mormorante ripresero il loro cammino puntando verso le città.

Davanti a loro la folla si aprì per farli passare richiudendosi alle loro spalle, per poi seguirli a debita distanza.

I suoi occhi cisposi e stanchi ora erano attenti e inquieti, passando da uno straniero all’altro memorizzando ogni particolare. Non aveva mai visto persone come quelle… uomini imponenti con spade ai fianchi e occhi decisi, affiancati da gracili figure ammantate da una specie di bella camicia da notte che portano a spasso due splendide fanciulle con una bambina per mano e una strana statua che si muove da sola… no non aveva mai visto una scena simile…

La strada da percorrere per tornare al villaggio era lunga e il dondolio del passo della madre lo fece addormentare.

La fatica si faceva sentire, il sudore gli rigava la fronte sporca quasi a pulirla, le labbra secche non sentivano più il suo respiro affannato. In mano impugnava l’elsa di una grande spada ma il braccio muscoloso e allenato non ne sentiva affatto il peso, era la corsa che l’aveva provato, la folle corsa seguendo un drago argenteo che passo passo strappava la terra davanti a se per trovare la luce della superficie. Il Semidio era stato sconfitto, la città che era sotto il suo controllo, era diventata libera e così anche tutti i suoi cittadini. L’importanza delle sue gesta sarebbero ricordate in eterno da quelle persone e il suo nome sarebbe riecheggiato sulle bocche di tutti, avrebbe potuto avere ogni cosa avesse voluto, giochi di ogni genere, tanti che nemmeno la sua camera poteva contenere, se solo ci pensava poteva vederli già tutti…

La voce di suo padre lo risvegliò. Avevano visite, le voci dei vicini di casa risuonavano ovattate oltre la parete di legno della sua stanza. Da quei discorsi apprese che gli stranieri avevano preso una stanza alla locanda e al più presto ci sarebbe stato un discorso nella piazza della città. Sembrava proprio che avessero fatto qualcosa di importante e tutti aspettavano con ansia le parole che avrebbero pronunciato innanzi al villaggio.

Fuori dalla finestra era buio il tramonto era ormai giunto.

La mattina dopo, il sole lo svegliò scaldandoli il viso di bambino. La casa era silenziosa non sentiva sua madre darsi da fare in cucina, doveva essere presto avrebbe potuto dormire ancora ma era troppo eccitato per farlo. Piano scese dal letto e aprì piano la porta della camera, sgusciò in cucina e prese la scopa di saggina di sua madre. Veloce e silenzioso ritornò in camera sua richiudendosi la porta alle spalle.

In quella splendida mattinata quel manico di legno diventò un bianco destriero con cui percorse praterie sconfinate e all’occorrenza mutare e divenire un’enorme spada tagliente.

Anche a tavola per il pranzo la sua fantasia continuava a galoppare. Suo padre era già a lavorare nel campo dietro casa loro, mentre sua madre rassettava, era rimasto solo lui a fantasticare con il cucchiaio in mano. Mentre stava per avvicinare alla bocca l’ultimo cucchiaio di zuppa, dalla finestra, che dava sulla strada principale, vide passare il gruppo di stranieri. Immediatamente lasciò andare il cucchiaio di legno che ricadde nel piatto e spruzzò il tavolo con zuppa bollente, si pigiò contro la finestra scostando le vecchie tende. Con passo deciso gli stranieri si muovevano verso il verso il centro della piazza. Il biondo guerriero che aveva fantasticato di essere la mattina con coperta e manici di scopa ora era davanti ai suoi occhi a pochi passi fuori dalla porta di casa sua, aveva la spada legata in vita con cinghie di cuoio che a ogni passo gli batteva dolcemente sulla massiccia coscia. Solo in quel momento si rese conto che gli mancava la mano sinistra, in altri momenti la vita di un uomo senza una mano gli avrebbe fatto paura e ribrezzo ma in questo caso aumentò solo il fascino che esercitava su di lui.

Li seguì con lo sguardo fino a quando la finestra glielo permetteva poi con un grande sorriso sulle labbra corse nella sua stanza senza nemmeno finire la zuppa e rimase lì fino a sera a trovare mille modi in cuoi il suo eroe avrebbe potuto aver perso la mano.

Dopo il pasto della sera con la sua famiglia e con tutto il villaggio si riunirono alla piazza principale. Aveva capito che gli strani avventurieri avrebbero tenuto un discorso quella sera. I grandi erano ansiosi di sentire quel discorso, i loro discorsi erano di gratitudine verso colore che avevano liberato il loro villaggio, ma erano anche ansiosi e preoccupati per quello che gli attendeva.

D’un tratto il brusio della folla si tramutò in un silenzio profondo. Gli stranieri si portarono in mezzo alla piazza vicino al pozzo e da li iniziarono il loro discorso, i cittadini avevano tante domande a cui volevano una risposta da loro, ma loro non sapevano tutto e spiegarono brevemente quello che era successo e quello che avevano intenzione di fare. Lui circa sette anni, ma era troppo piccolo per capire le parole e i discorsi complicati che il biondo e poderoso guerriero con i suoi compagni elargiva davanti alla folla.

La folla era tanta e passò tutto il tempo cercando di vedere gli stranieri attraverso le gambe della gente. Da quella altezza poté vedere bene la bambina che era con loro, non sembrava proprio una bambina sembrava più una ragazza in miniatura e non aveva neanche i vestiti di una bambina. Anzi poteva scorgere anche addosso a lei diverse piccole armi, certo era uno strano gruppo di persone, ma doveva un bel gruppo di persone per aver potuto salvare il suo villaggio.

Ad un tratto riconobbe la donna che fuori dalla caverna uscita dal terreno teneva questa strana bambina per mano, lei non era una straniera era la cerusica del villaggio che più di una volta era andata a casa loro per curare una febbre troppo alta o un mal di stomaco fastidioso. In quelle occasioni anche se era malato e il suo corpo gli doleva era felice, lei era dolce e buona e il suo viso era così incantevole che non le toglieva gli occhi di dosso per tutta la visita e poi quando aveva finito di medicarlo o aveva preparato un buon decotto si sentiva subito meglio e il giorno dopo era guarito del tutto.

Il Fabbro davanti a lui si spostò per fare una domanda agli stranieri e riuscì ad avanzare un pochino fino a riuscire a vedere il biondo guerriero, che da quello che le sue orecchie avevano carpito si chiamava Pegaso, singolare nome per un guerriero, Pegaso, come l’animale leggendario che mille e più avventure aveva affrontato e cose inimmaginabili aveva visto. Si questo nome gli stava davvero bene, come l’animale leggendario sicuramente aveva affrontato una moltitudine di nemici e visto posti e fatto cose che lui ancora piccolo in una cittadina stretta tra un artiglio di catene montuose non aveva mai visto e neanche sentito parlare.

Non ascoltava i discorsi ma vedeva chiaramente che i due statuari omaccioni, il biondo Pegaso e il moro guerriero che indossava l’armatura, si alternavano parlando alla folla in perfetta sincronia l’un con l’altro.

Sembrava che stessero dando dei compiti a dei cittadini, tra cui il fabbro e il capo della guardia cittadina ma non comprese altro.

Tornò a casa con la sua famiglia che era notte inoltrata e gli occhi gli calavano sulle palpebre come pesanti macini. Resistere sveglio fino a quell’ora era stata un’impresa per lui che al calar della luce già era sotto le coperte.

Il giorno dopo quando aprì gli occhi in casa erano già tutti svegli e fuori sentiva il via vai di gente di tutte le mattine. Non avrebbe potuto replicare il galoppo e le battaglie della mattina precedente.

Ancora non era l’ora di pranzo e uscì di casa per giocare con i figli dei vicini che sentiva schiamazzare nella piazza della città, che era poco distante dalla sua casa.

Si mise a giocare accovacciato con loro con sassi e legnetti a dare noia alle piccole formiche. Ad un tratto dietro di lui si alzò una grossa ombra e dei passi pesanti gli giunsero alle orecchie. Si volse di scatto, per trovarsi davanti il robusto uomo in armatura, era così vicino che solo ora poteva scorgere il colore d’orato celato dal sudicio. Il moro guerriero stava distrattamente passando dalla piazza, intento a parlare concitato con il suo compagno a cui mancava una mano.

Appena si rese conto chi aveva davanti ai suoi occhi rimase impietrito e diede distrattamente al bambino che aveva accanto sassi e legnetti, per restare a bocca aperta con gli occhi sgranati a fissare il gruppo di stranieri.

Gli seguì fino a che non raggiunsero una vecchia e grande casa che dava sulla piazza, vide che una giovane ragazza dai capelli biondi si affacciò al balcone a si mise a interloquire con loro, poi quasi di fretta si ritirò dentro e chiude le imposte del balcone.

I suoi amici vedendolo imbambolato con la lingua di fuori iniziarono a dargli degli spintoni per farlo riavere.

–          Anche te sei rimasto stregato dagli stranieri? –

–          Quanto vorrei essere uno di loro … – rispose ai compagni

–           Vorrei impugnare armi e indossare armature come loro … e … e viaggiare per chissà quanti paesi a salvare tanta gente e portarne addosso i pregi e i difetti, come quel biondo guerriero –

Mentre parlava i suoi occhi non si staccarono un attimo dalla comitiva.

Ad un tratto una donna con un cesto di vimini con panni puliti passo proprio accanto a loro. I due guerrieri la salutarono con cortesia e garbo, la donna sembrava mezza spaventata ma ascoltava con attenzione le loro parole, gli vide indicare la vecchia casa e la donna annuì con la testa.

–          Ma quella è mia madre!!! – esclamò il bambino a cui poco prima aveva porto i legnetti e che a sua volta face cadere per terra con gli occhi luccicanti.

Tutti rimasero a bocca aperta. Una fitta allo stomaco gli strozzò qualsiasi parola avesse in gola. Una strana ma non maligna invidia crebbe dentro di lui.

–          Cosa darei perché fosse stata mia madre a passare di la con il cesto di panni – bisbigliò tra se e se.

Guardò l’amico come se fosse un eroe e tutti volevano stargli accanto come se fosse una persona importante.

Il sole era ormai alto e l’odore del pranzo si spandeva nell’aria. Lasciando per terra legnetti e sassi ogni bambino si diresse alla propria casa.

La fantasia iniziò a galoppargli e a vedere le facce dei suoi amici se fosse stata sua madre a parlare con gli stranieri, si vide come il bambino più importante del villaggio, il bambino di cui tutti parlavano intorno al fuoco la sera, si vide camminare con i due guerrieri al fianco come uno di loro come un loro amico e compagno di avventure.

Mangiò tutto e voracemente mentre la sua fantasia continuava a galoppare verso terre sconosciute.

Un gran baccano interruppe il pranzo. Da fuori si udivano porte aprirsi e un gran brusio che si alzava. Subito anche i suoi genitori e lui uscirono di casa di tuta fretta. Una gran folla si accalcava davanti alla porta della vecchia casa, cercò di avvicinarsi il più possibile ma non riuscì a vedere niente. La guardia cittadina si faceva spazio tra la folla cercando di disperderla ma non vide proprio nient’altro.

Demoralizzato per la sua poca altezza mise le mani dietro alla schiena e si allontanò dalla vecchia casa a testa bassa e con un po’ di broncio sule labbra.

Calciava i ciottoli vicino al pozzo quando si sentì afferrare il braccio all’improvviso.

Tirò di scatto su la testa con malavoglia. Si trovò davanti due occhi grandi e castani che lo guardavano dritto negli occhi, biondi capelli incorniciavano un giovane viso deciso.

Il suo cuore si fermò, e poi riprese a battere all’impazzata.

–          La vedi quella donna vestita di bianco dall’altra parte della piazza!? – disse veloce e schietto il biondo guerriero. Lui rimase fermo immobile come paralizzato, non vedendo nessuna reazione da parte del bambino il guerriero lo scosse un poco.

–          La vedi!?!? –

Volse appena lo sguardo dall’altra parte della piazza dove gli indicava lo straniero con il moncherino e annuì senza proferire parola. Il guerriero gli lasciò la presa al braccio e gli aprì la piccola mano, ci depose all’interno una moneta di rame e gli disse – corri da e indicale dove sono!  

Non se lo fece ripetere due volte. Immediatamente le sue gambe cominciarono a correre dell’altro lato della piazza con il pugno stretto intorno a una moneta di rame e l’obbiettivo di candido vestita davanti ai suoi occhi, nessuno l’avrebbe potuto fermare.

–          Signora! Signora!  – le disse tirandole un poco la veste.

–          Il biondo guerriero mi ha detto di dirle che è là! – e indicò il punto esatto da dove era partito.

In quel punto non c’era più nessuno ma la dama di bianco vestita annuì ringraziandolo e si mosse subito in quella direzione.

Esterrefatto, imbambolato, perso tra i suoi pensieri si diresse verso casa, la folla ancora si accalcava davanti alla vecchia casa ma lui non ci faceva più caso, nella sua mente aveva solo gli occhi castani profondi e la voce che gli aveva parlato, la voce di un biondo guerriero.

Si diresse alla sua stanza con gli occhi persi nel vuoto si sdraiò nel letto a pancia in su.

Nessuno l’aveva visto nessuno avrebbe riconosciuto in lui un eroe o un bambino di cui parlare accanto al fuoco. Aprì lentamente la mano e solo ora guardò con attenzione quello che gli aveva dato lo straniero, sembrava una moneta ma non la conosceva.

Con il cuore gonfio di gioia e entusiasmo mirò e rimirò quell’oggetto che pegno che gli era stato dato.

Aveva voglia di uscire e gridare a tutti i suoi amici, cosa gli era successo ma non lo fece. Tenne la sua felicità e il suo tesoro solo per lui e non ci fu giorno che non guardò la moneta o che non pensò al biondo guerriero portò nel cuore sensazioni e ricordi custodendoli gelosamente.

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2 thoughts on “Un Copec

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  1. @__@ grazie infinite… quando si dice poche parole ma quelle che ti commuovono, davvero carine, grazie tanto tanto, questo racconto mi tocca molto da vicino e ci tengo molto.

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