Il Figlio del Re

“Questa era l’ultima storia per oggi, ora tutti a casa parleremo del nostro paladino domani”.

Tutto era nato quel giorno, quel primo giorno di “scuola libera” in qui Raul era andato a scuola nella piazza centrale con tutti i bambini del paese che avevano più o meno la sua età, quel giorno dove la loro maestra iniziò a parlare dell’uomo che era raffigurato nella grande statua che ornava la piazza centrale.

Autore Ettore Roesler Franz
Autore Ettore Roesler Franz

Fin da piccolo Raul guardava quella statua con una sorta di timore reverenziale. Il piedistallo di dura roccia grigia era stato nientemeno che scolpito da suo nonno materno e ne conosceva la storia a memoria dalle tante volte che il nonno gliene aveva parlato. Ne parlava spesso come un uomo valoroso e coraggioso che aveva cambiato la vita di tutti nella loro città.

Il giorno successivo Raul si alzò prima di tutti e scese nella zona del sottosuolo dove si trovano la cucina e le camere da letto. Giunto nel cucinotto improvvisò la colazione, quando la madre sentendo armeggiare con le sue stoviglie si alzò e con passi decisi si diresse dalla camera in cucina. Qui trovò il suo piccolo intento a imburrare una fetta di pane nero.

“Raul caro ma cosa ti è preso oggi? Forse le mani di tua madre non sono più buone per farti la colazione?” gli disse amorevolmente.

“No no… mamma e che non voglio fare tardi a scuola oggi, sai voglio riuscire a prendere il primo banco” disse Raul entusiasta.

“Bene figlio mio sono contenta che la scuola libera ti piaccia è una nostra grande conquista sai?”

“Si si lo so mamma” continuò lui ancora più eccitato ” ieri la maestra ha iniziato a parlare di Allen, il paladino e ci ha detto un sacco di cose sulle battaglie che ha combattuto, sulla sua famiglia e anche sulle nostre!” continuò a rotta di collo come se non aspettasse altro che quella domanda dalla madre “lo sai mamma che se non fosse per lui io non esisterei e neanche la nostra famiglia?! Ma è assurdo io non ci volevo credere all’inizio sai” prendendo una fetta di pane per poi proseguire “… e non capisco proprio come ogni razza poteva stare sola per conto proprio” aggiunse sorridendo “ma questo mi sa che ce lo racconta oggi la maestra”. La madre annuì  con un cenno del capo divertita mentre lo osservava intento sulla colazione.” Tu sei una nana e papà va d’accordo con nonno che è nano anche lui e poi io sono sano e intelligente anche se sono figlio vostro no?” si fermò giusto per respirare e addentare la fetta di pane che aveva finito di imburrare. “Certo Raul ma un tempo era  tutto diverso, era normale che ogni razza stesse per conto proprio, maschi o femmine, non faceva differenza, nessuno poteva pensare di unirsi a qualcuno di un’altra razza” sospirando proseguì la madre” te piccolo mio hai visto poco del mondo e per tua fortuna l’Unione delle razze è una cosa normale per te” così dicendo la madre lo strinse al petto con mal celata commozione. Raul si divincolò, prese al volo la seconda  fetta di pane  e burro, corse su per le scale e uscì saltellando e ridendo allegro.

Giunto riuscì ad arrivare per primo nel banco dritto dritto davanti alla maestra. Così era sicuro che non si sarebbe perso niente.

Quel giorno la maestra gli raccontò di quando il Re Allen, ancora Principe al servizio di suo stesso padre, in una battaglia che vedeva scontrarsi gli umani contro una piccola alleanza composta da orchi e troll, trovarono nelle tende alcuni nemici feriti a cui venivano prestate delle cure da parte di una troll femmina e due minute e ingobbite creature conosciute come goblin.

Il principe Paladino, che fin da allora amava più la parola che la spada, si arrestò trovandosi a guardare quei strani occhi gialli della troll, mentre questa cercava di difendere i propri feriti facendo scudo con il proprio corpo. Ascoltando la sua preghiera di pietà in un comune quasi perfetto, fermò il drappello di guardie che era con lui e per quanto li fu concesso dalla battaglia che imperversava, parlarono. I due goblin aiutanti, appena videro abbassare le armi tagliarono la tenda e fuggirono terrorizzati.

Allen pregò la fanciulla troll di nascondersi in un posto non lontano da li e dall’accampamento degli umani, in lei vedeva cose che non aveva mai trovato nella razza dei troll. Ovviamente per far si che raggiungesse il posto da lui descritto le avrebbero assicurato una via d’uscita dalla tenda senza che nessuno la notasse.

La notte Allen raggiunse questo posto segreto che le aveva descritto sperando che la troll avesse dato retta alle sue parole e non fosse perita nella battaglia o fuggita lontano. La trovò la in un angolo della buia insenatura. I due parlarono tutta la notte e il principe venne a conoscenza che anche tra le file dei nemici, come il popolo troll, vivevano elementi con senno e cuore puro.

Al sorgere del sole anche se ancora non lo sapevano, i loro cuori già erano legati.

Questo amore scatenò l’ira di suo padre il Re che mai avrebbe accettato l’unione di suo figlio con un “mostro” come lui la chiamava, Allen fu esiliato così dalla sua città, ripudiato sia da suo padre che dal popolo.

Allen non poteva tornare a casa e Krena non poteva tornare tra i troll. I due non avrebbero resistito separati l’uno dall’altra e per anni vagarono per le terre di baracca in baracca di capanna in capanna, sfuggendo a entrambe le razze ,nascondendosi come fuggiaschi.

Nel loro pellegrinare vennero a conoscenza da commercianti, per lo più, di altri come loro, legati nel cuore ma divisi per costumi, usi e razza.

Allen e Krena votarono il loro amore vagabondo a cercare queste persone per formare un gruppo che si sostenesse a vicenda. Le voci si sparsero nei bassifondi e tra briganti di quasi ogni razza e molti con la speranza di trovare questo gruppo nomade lasciarono tutto, la propria famiglia, il proprio lavoro tutto per sentirsi veramente liberi.

Il gruppo piano piano si allargò e se non erano le strambe coppie a trovare il gruppo era il gruppo che trovava loro. Fu così per 15 anni fino a quando un giorno mentre il gruppo dei “liberi” come si erano autoproclamati, era accampato in riva al mare, venne avvicinato da una trentina di guardie che Allen riconobbe subito dalle effigi appartenenti a suo padre.

Si fece avanti da solo andandoli incontro così che se avessero voluto lui per le ire di suo padre sarebbe andato di sua spontanea volontà per non mettere in pericolo gli altri.

Tutti i regni sapevano dell’esistenza dei “liberi” ma potendo contare su un nutrito numero di persone di ogni razza e genere tra le cui file spuntavano anche conosciuti campioni delle varie razze  e potendo contare su tutti i vantaggi e peculiarità nessuno voleva metterseli contro e quindi anche se tutti ne erano a conoscenza facevano finta di niente. Le guardie reali bensì non erano  la per portarlo da suo padre e infierirgli la punizione che lui aveva scelto ma per  annunciarli la morte dello stesso pochi giorni prima di allora e il desiderio ultimo di suo padre e di sua madre di rivederlo a casa.

Con i Liberi Allen viaggiò fino ai pressi del suo paese nativo da li prese un cavallo e con la scorta dei trenta cavalieri entrò in città. Cercò di non indugiare sugli sguardi e i mormorii della gente e andò dritto al castello dalla madre che lo aspettava. L’indomani ci fu la pira funeraria del padre e il giorno dopo ancora si presentò al popolo al fianco di sua madre. Nei due giorni precedenti aveva parlato a lungo con la madre e dell’ultimo desiderio di quello che era suo padre. Parlando al popolo quel giorno disse:

“Salve a tutti popolo di mio padre, molti di voi disprezzano la mia figura nonostante che mi abbiano visto nascere, le mie scelte non sono state le vostre scelte e come era giudizio di mio padre io mi allontanai da voi, dalla mia casa perché in un certo senso comprendevo il vostro malumore e non ne volevo creare altro, mio padre il Re è morto e non sarei mai tornato di mia spontanea volontà se le sue guardie non fossero venute a cercarmi per un motivo ben preciso. Nella malattia che il Re ha affrontato gli è mancato un figlio, gli è mancato suo figlio e potevo anche io essere un nano o orco o elfo ma sempre suo figlio. Mia madre qua accanto a me mi ha parlato di lui, di lei stessa e del dolore che tutti e tre abbiamo patito in questi anni per la mancata unione della famiglia. Il nostro popolo ha dei valori saldi, usanze e credenze e io non sono qua per dirvi di cambiare tutto questo ma nella malattia e vecchiaia mio padre forse aveva capito e visto con i suoi occhi la forza che mi ha fatto andare via di qua, ora vi dico, mia madre anch’essa è anziana e non vi sono altri figli per succedere al trono, ella mi vuole al suo fianco fino alla fine dei suoi giorni e io ho intenzione di stare vicino a mia madre finché lo vorrà. Il nostro paese piange il Re morto ma aspetta anche il suo successore e io mi posso accollare questo fardello qua innanzi a voi.” I mormorii si alzarono dalla piazza gremita di gente con domande che risuonavano nell’aria. Allen prese un respiro guardandoli tutti e continuò. “Tutti conoscete bene la vita che faccio, la compagna che ho scelto per la vita è una delle più brave curatrici che abbiamo sulle nostre terre, ha capelli blu scuro che alla luce del sole schiariscono fino a sembrare un fiume rigoglioso, gli occhi color del sole e la pelle di un dolce marrone di germoglio tenero. Queste diventeranno le nostre terre signori e di qua nessuno vi manderà mai via a patto che abbracciate la mia causa come già mia madre ha fatto in questi giorni, chi resterà lo farà con la consapevolezza di vivere in un misto  di razze, di usanze e lingue, tutti nel rispetto reciproco come è la mia compagnia libera e nomade fino ad oggi. Sarà la prima città dove le razze si incontrano e vivono nel rispetto gli uni degli altri. Certo non è un sogno facile ma possiamo riuscirci tutti. I miei compagni accampati fuori dalle mura sanno bene come far rispettare certe regole e far regnare la pace, l’abbiamo fatto per questi 15 anni e continueremo a farlo qua, certo non obbligo nessuno a fare qualcosa che non si sente o che non approva in pieno e quindi manderò messi alle città vicine e chiunque vorrà lasciare la città potrà farlo con il mio aiuto, darò loro il necessario per cominciare una vita in una città nuova, bestiame e denaro in modo che nessuno si debba trovare in difficoltà.. ma chi resterà… sarà libero tra le razze libere”.

Dopo quel giorno molti  fecero i bagagli e partirono per le città limitrofe e solo un piccolo numero rimase. I Liberi entrarono in città e piano piano da qual giorno collaborarono tutti con tutti e per tutti.

La voce della nascita di questa città speciale si espanse e molti affrontarono anche lunghissimi viaggi per arrivarvi e poterci vivere. Da allora sono passati trent’anni e qua è come se fosse sempre stato così.

“A partire da domani inizieranno, come sapete, i festeggiamenti per i trent’anni di liberà della nostra città, e ora che sapete la storia del nostro popolo cercate di vivere questi giorni di gioia con ancora più partecipazione” terminò la maestra.

L’insegnate si alzò e i piccoli corsero tutti fuori nella piazza centrale per andare ad ammirare la statua del loro paladino e poi di corsa a mangiare nelle loro case.

Mille luci si accesero al calar della sera, tutti i cittadini si davano da fare per addobbare la loro città, tutte le porte delle case erano aperte e ognuno portava sedie, tavoli, lanterne, ghirlande, tutti davano il loro contributo. Il piccolo Raul aiutava il padre ad appendere fiori sui tetti bassi delle case e spesso e volentieri l’umano prendeva il figlio in spalla mentre la madre portava fuori di casa le splendide sedie di pietra che aveva scolpito ella stessa con le abili mani da nana. Raul aveva ereditato dal padre i capelli castani e gli occhi verdi incorniciati nel tondo viso da nano della madre, la corporatura robusta anticipava un corpo adulto da nano ma le mani le aveva estremamente affusolate e lunghe e non nodose e tozze come la corporatura avrebbe voluto. Tutto questo potrebbe sembrare strano a vedersi ma non per la gente di questa città. Era naturale avere due occhi, una bocca, due braccia e due gambe ma per il resto nessuno si sarebbe sorpreso di vedere tre dita ai piedi o alle mani o piccole corna che fuoriescono dalla bocca o sulla testa.

La casa di Fania, nana e madre di Raul, e di Valian, umano e padre dello stesso, era una proporzionata fusione delle usanze e  preferenze dei due.

Nel piano terra entrando avevano collocato un tavolo e delle sedie  nei pressi di un camino a sinistra dell’entrata,sul muro di fronte due porte per due stanze:  un piccolo bagno e accanto un’altra stanza grande quanto la principale all’entrata, il luogo di lavoro della madre di Raul. Era una specie di laboratorio con ripiani e arnesi di ogni tipo e nell’angolo a nord avevano posizionato una piccola fucina. Il minuscolo bagno che era in questo piano serviva  più che altro a Fania quando lavorava, infatti era direttamente collegato con il laboratorio e vi arrivava acqua per raffreddare il metallo o ammorbidire la pietra. Sempre nella stanza principale sulla sinistra delle ampie scale scendevano nel sottosuolo dove, sotto la casa c’era un altro piano tutto fatto dalle mani esperte del padre di Fania; infatti quando il nonno di Raul seppe della partenza della figlia per la Libera non indugiò un secondo a raccogliere le sue cose, lasciare la comunità dei nani e insieme alla moglie seguire la figlia nella nuova città. Sta di fatto che in questo piano si trovava la cucina con il focolare dove al di  sopra di esso si trovava l’altro camino nell’altra stanza. Oltre c’era anche un bagno più ampio di quello sopra con due bellissime vasche di pietra foderate di argento(regalo del nonno e della nonna), una piccola camera con due letti per Raul e eventuali altri figli e un’altra con un letto unico più grande per Fania e Valian. Le tradizioni e abitudini di Fania, da sempre abituata al sottosuolo, avevano fatto in modo di incentrare le sue attività  più nella parte interrata della casa. Forse avevano un pò sovrastato quelle del compagno Valian che però non dava a vedere alcun fastidio nel dormire e mangiare sottoterra. Solo quando Fania era via per commissioni e si trovava a mangiare con Raul solo a casa ,portava il cibo al pian terreno e usavano la tavola all’ingresso che era più per accogliere gli amici in visita che per altro.

L’indomani Raul si alzò di buon mattino e già trovò la madre intenta ai fornelli. La tavola all’ingresso era tutta apparecchiata con leccornie di ogni tipo.

Valian si alzò con il figlio. Entrambi nemmeno presero la colazione che spalancarono la porta. Il sole del mattino che stava per iniziare illuminò la casa e la tavola imbandita.

“Dai figliolo, diamo una mano a tua madre prima di andare a fare un giro per la città!”

Valian si mise sottobraccio diversi fagotti e così fece anche Raul. Uscirono e posarono il cibo distribuendolo sui tavoli appena fuori la casa. Come loro tutte le famiglie stavano facendo altrettanto. Iniziavano i giorni di festa, dove ogni casa era aperta a tutti e ci si divertiva a scoprire giochi sempre nuovi derivanti da usanze antiche delle varie razze  ed assaggiare prelibatezze tipiche di ognuno di loro.

Finito di aiutare la madre Raul e il padre andarono a giro per la città godendosi l’inizio della festa. Nel girare il piccolo Raul venne a sapere che, prima che il sole fosse altro e gli stomaci iniziassero a brontolare, nella  piazza centrale, quella con la grande statua del Re,  ci sarebbero stati teatrini, saltimbanchi, giocolieri e quant’altro poteva divertire il piccolo. Fatto il giro della città il padre portò il figlioletto nella piazza ancora piena di gente che andava e veniva curiosando tra le molte bancarelle, e qui spiegò al figlio che era meglio rimanere fermi in un angolo così quando sarebbero iniziati gli spettacoli sarebbero stati in prima fila e così fu. Il sole sorse alto nel cielo limpido di quella giornata che proclamava la loro libertà e i giocolieri e atleti, sempre facenti parte al popolo della loro città, iniziarono le loro danze e le loro musiche.

All’ora di pranzo tutti si fermarono. Le grosse porte di legno poste a ovest della piazza che portavano al castello del Re si aprirono e damigelle di ogni razza con vestiti bellissimi di ogni specie fecero un corteo colorato e sgargiante fino al centro della piazza. Finito il corteo un cavallo dal manto nero con la criniera acconciata in tante trecce si fece avanti a passo lento. Lo montava un cavaliere dall’armatura argentea, tanto sfavillante sotto il sole per il contrasto forte con il lucido nero manto della sua cavalcatura, mentre a lento trotto si dirigeva verso il centro della piazza.

“Papà papà! chi è quel cavaliere?” domandò Raul al padre.

“È il nostro Re Allen, figliolo”.

Raul spalancò la bocca come se il padre avesse detto la cosa più strana che mai si potesse aspettare. Sapeva si che Allen il cavaliere dei racconti della maestra e del nonno era il loro Re ma mai avrebbe pensato di vederlo in persona davanti ai proprio occhi.

Il Re giunto nel mezzo della piazza si fermò, levò l’elmo e guardando tutte le persone riunite iniziò a parlare a gran voce. Mentre lui parlava un rispettoso silenzio regnava su tutti.

Raul udiva la voce del Re, gli rimbombava nelle orecchie ma non capì una sola parola del consueto discorso che usava fare per la festa della Libertà. I suo occhi erano fissi su quell’uomo che tanto sembrava simile a suo padre ma che le sue gesta erano state così fondamentali per tutti che gli era difficile pensarlo un  semplice Uomo.

Alle fine del discorso applausi e ovazioni salirono dalla gente in piazza e poi ordinatamente e lentamente si sedettero ai tavoli imbanditi per il pranzo.

Negli occhi di Raul c’era solo la lucente armatura e la voce fiera di quello che era anche il suo re. Gli fu difficile mangiare tanto improvvisa era stata la sua sorpresa.. poi dopo un lungo momento di silenzio guardò il padre negli occhi e gli disse “Papà, anche io voglio diventare come Re Allen!” Il padre si girò verso il figlio con la bocca piena e prima che inghiottisse e potesse replicare Raul continuò ” non che voglio diventare Re… ma voglio fare qualcosa di grandioso e bello per tutti! Voglio fare del bene, voglio fare quello che nessuno ha il coraggio di fare!”  Valian appoggiò la mano sulla spalla del figlio e sorridendo gli rispose amorevolmente ” Sono contento Raul figlio mio. Ma non credere che il cammino sia facile” all’ammonimento del padre Raul si sentì un pò risentito e subito incalzò ” Io voglio portare la Libertà dove ancora non c’e!  Nei paesi che ancora non la conoscono e vivono all’oscuro, schiavi della propria razza! Io sono libero, come Allen ha detto poco fa a tutti noi e posso fare tutto!” gli occhi amorevoli del padre si chinarono sul figlio “Raul, i tuoi intenti ti fanno onore per la tua giovane età ed è vero che noi siamo Liberi, ma ricordati sempre i sacrifici che il nostro Re ha affrontato per tutti noi, per seguire le sue idee è stato costretto ad  abbandonare la sua patria e non vedere più i suoi genitori per lungo tempo, non è riuscito  a vedere suo padre se non su di una pira funebre e l’ultimo ricordo che ha di lui è la rabbia dei suoi occhi.  Allen è stato libero perché ha seguito il suo cuore e quello in cui credeva ma ciò non è costato poco. Ricorda sempre Raul figlio mio… sii Libero nei tuoi  passi ma Schiavo dei tuoi Sogni…(Paulo Coelho -manuale del guerriero della luce-).

“…schiavo dei propri sogni…” ripeté il fanciullo sorridendo e addentando una coscia di pollo fantasticò sulle sue possibili gesta con i propri sogni nel cuore.

Chissà che un giorno seguendoli non lo portino davvero a cambiare ancora il mondo.

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