L’odore della cucina

Il rumore dei piatti sopra i piani in metallo, lo sfrigolare delle padelle sul fuoco, il vapore carico di odori che riempiva la cucina calda e mio padre con la giacca da cuoco, quella con la doppia fila di bottoncini tondi, con in testa il tipico cappello di carta.

Queste sono le prime immagini che riporto alla mente di quando ero una bambina e andavo a trovare il mio papà.

Intorno ai dieci anni, ma anche prima, ricordo che passavo un tempo interminabile nell’angolo della cucina del ristorante dove lavorava mio padre come chef, un gran bel ristorante rinomato nel centro di Firenze.

Al fine settimana andavo a trovarlo, ma certo a un ristorante il lavoro non manca nei giorni di festa, così lui mi portava con se a lavoro, io mi mettevo buona buona nell’angolo della cucina, scansandomi appena qualcuno doveva andare giù nella dispensa, e cercando di dare meno noia possibile.

Non saprei dire quanto tempo ho passato a osservare il lavoro della cucina, ma per quanto sia stato non ne ho sentito affatto il peso, potevano anche essere dieci ore di fila, ma a me piaceva stare la, sentire tutti quei buoni odori e vedere con gli occhi di bambina come prendevano vita piatti sublimi alla vista e al palato.

La cucina di per se non era molto grande, anzi tutto il contrario, era davvero piccola per quanto era grande il ristorante. Mio padre e i suoi colleghi credo che facessero anche abbastanza fatica a lavorare così gomito a gomito quasi dandosi noia a vicenda, ma questo lo penso ora che sono grande, quando ero la, mi sembrava tutto un gioco, come se stessi guardando la televisione. In un certo senso ho preceduto di una decina di anni i programmi di cucina che ora spopolano alla tv.

A volte, credo che mio papà credesse che mi annoiavo, allora mi mandava giù nella dispensa a prendere qualcosa che gli serviva, così da occuparmi un minimo e non andare tutte le volte lui su e giù dalle scale.

La dispensa era come una cantina, ma messa meglio, si sviluppava tutta sotto il ristorante, diversi corridoi portavano ad altrettante stanze. Ogni stanza era la dispensa di qualcosa, una era piena di scaffali con pasta, farina, zucchero e altro, una era piena di vini e bevande, altre ancora contenevano delle celle frigorifero, queste però le ricordo meno, visto che non avevo mai l’incarico di andarci a prendere niente.

Ogni vola che venivo mandata in missione, a prendere qualcosa, era un divertimento unico, tra quei corridoi e con tutte quelle stanze stracolme di roba da mangiare o cucinare, era un po’ come andare al parco giochi per me. Andavo prendevo quello che dovevo e ritornavo su consegnando il mio bottino.

Oggi mio padre non lavora più nel rinomato ristorante nel centro di Firenze, ne ha uno suo, e la cucina è molto più grande, e per andare a prendere le provviste non si deve scendere nessuna scala, ma nella mia mente ho chiara la “vecchia” cucina, è come un ricordo affettivo a cui sono legata e che mi porterò per sempre con me.

Talvolta vado a dargli una mano, e mi rendo conto che passerei ore a guardare il lavoro della cucina, in un angolino senza dare noia a nessuno come se non ci fossi neanche. Quelle volte torno indietro nel tempo a quando era una bambina e mi piace molto, e come se io e mio padre avessimo un “gioco” nostro, un gioco che posso fare solo con lui, che ci porta entrambi nel passato facendoci sorridere.

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